Pubblico di seguito l'intervento di Fabrizio Vigni, lo condivido e ritengo la sua analisi giusta.
Il Partito Democratico non può continuare ad appaltare a terzi le battaglie per i grandi temi dell'ambiente, deve essere esso stesso promotore e divulgatore di una nuova visione dell'economia, di una nuova visione del futuro.
Direzione nazionale PD - 17 aprile 2010. Intervento di Fabrizio Vigni
Tutto possiamo fare, fuorchè mettere la testa sotto la sabbia. Perché preoccupante è la fotografia dell’Italia
che il voto racconta. A cominciare da un astensionismo che non ha precedenti. Sfiducia, brontolio,
lontananza dalla politica. Brutto segno. L’Italia continua a scivolare su un piano inclinato. E preoccupante è
il nostro risultato. Perfino dove si vince, in voti assoluti perdiamo consensi.
Ci serve una discussione onesta e aperta. Con un po’ di umiltà: nessuno ha tutte le soluzioni in tasca, tutti
abbiamo la responsabilità di essere, fino in fondo, gruppo dirigente.
Abbiamo nel migliore dei casi tre anni di tempo - ma se la crisi del centrodestra precipita potrebbero essere
anche meno - per costruire un’alternativa di governo credibile e vincente. Per rilanciare il progetto del PD,
che si è impantanato dopo l’iniziale slancio.
Serve un colpo d’ala. Una correzione di rotta.
Sottolineo due questioni.
Primo. Perché, nonostante tutto – la crisi economica e le difficoltà della destra – gli italiani non vedono nel
centrosinistra una alternativa credibile? Perché il PD non trova la strada per far crescere i consensi?
Bisognerà decidere cosa il PD vuol fare da grande. Domanda semplice semplice: perché l’abbiamo fatto, il
PD? Avevo capito male io o il PD l’avevamo fatto non solo per unire ciò che rimaneva di importanti storie
del passato, ma perché sentivamo che c’era bisogno di un nuovo, grande partito che avesse nelle vene il
riformismo del 21° secolo?
Neppure io sopporto i generici “nuovismi”, quando sono vuote invocazioni. C’è un sacco di cose buone del
passato da portare con noi. Ma se davanti hai sfide inedite, la vecchia cassetta degli attrezzi non basta più.
Vai in giro con vecchie carte geografiche, e non riconosci più il paesaggio. Usi vecchi vocabolari, e non riesci
più a farti capire.
Il problema irrisolto è che ancora il PD appare come un troppo poco seducente assemblaggio di storie
passate.
Eppure avevamo intuito giusto. Un partito nuovo lo fai perché intuisci che stai entrando dentro un
passaggio d’epoca. Noi decidemmo di farlo anche per questa ragione, non solo per rifondare l’ormai
sbrindellato campo del centrosinistra.
Poi, neppure a farlo apposta, pochi mesi dopo la nascita del PD è arrivata la grande crisi. La più grave del
dopoguerra. Paragonata con quella del 1929. Una crisi che ha squassato non solo l’economia, ma anche
ideologie e culture politiche. A maggior ragione oggi, ancor più di quando è nato il PD, vediamo tutti gli
indizi di un passaggio d’epoca. O quantomeno di esaurimento di un ciclo. La destra, finito il tempo della
deregulation, in giro per il mondo cerca di ricostruire un proprio sistema di idee con l’ambizione di essere
ancora egemone. E noi? La crisi ha non solo confermato, ma addirittura rafforzato, anche per noi - come
per la sinistra e i democratici un po’ ovunque - la necessità di un nuovo pensiero politico. Come la politica
riesce a regolare il mercato, nell’era della globalizzazione? Come si orienta l’economia verso un new deal
ecologico, visto che un intero modello di sviluppo - che come un gigante ubriaco travolge tutto e tutti -
appare ormai al capolinea?
Tutti abbiamo detto: dopo questa crisi nulla sarà come prima. Eppure poi sembra che anche noi non
sappiamo immaginare altro che cercare di riprendere il cammino interrotto, per tornare a fare le stesse
cose di prima, sugli stessi binari di prima.
Produrre qualche grammo di pensiero politico nuovo è cosa un po’ più complicata che produrre tonnellate
di dichiarazioni alle agenzie o davanti alle telecamere. Ma da qui non si scappa. Perché se in testa non hai
un sistema di idee forti e all’altezza delle sfide del nostro tempo, non crei neppure senso comune –
convinzioni e valori alternativi a quelli della destra. La Lega non vince solo per radicamento organizzativo
sul territorio, ma prima ancora per idee e pregiudizi che diventano senso comune. Il coraggio di un nuovo
pensiero politico: la ragione ambiziosa per cui abbiamo fatto il PD era questa. O il PD da grande sarà il
riformismo del 21° secolo, o non sarà.
Seconda questione. Bersani ha annunciato un importante appuntamento per il 2011, una Conferenza
programmatica che abbia al centro il nostro progetto per l’Italia. Un programma di riforme sociali e
istituzionali, un’idea di futuro. Bene.
La questione di fondo è: come si esce dalla crisi? Io penso che facciamo bene a denunciarne tutta la gravità,
gli effetti devastanti. A battersi per difendere le famiglie più deboli, chi perde il posto di lavoro, le imprese
che soffrono. Difendere chi deve essere difeso. Ma dobbiamo anche saper indicare una prospettiva.
Indicare una speranza. Uso la stessa espressione che ha usato Bersani: avere simpatia per l’Italia. Stare
dalla parte dell’Italia che ci prova, che scommette sul futuro.
Una delle scelte strategiche fondamentali , allora, non può che essere la green economy. Che non è solo un
pezzo (in crescita) dell’economia. Ma al tempo stesso un’idea d’Italia: innovazione tecnologica, ricerca,
competitività, posti di lavoro, e insieme bellezza dell’ambiente e delle città, identità territoriali, civismo.
La lente della green economy, più di ogni altra, ci fa intravedere, sotto la pelle della crisi, energie positive
in movimento: imprese che si riconvertono, investono, creano nuovi prodotti. Sotto la pelle della crisi si
intravedono anche cambiamenti negli stili di vita: consiglierei di leggere l’ultimo libro di Giampaolo Fabris,
“La società post-crescita”, per capire meglio, ad esempio, come stanno cambiando i consumi non solo per
effetto della crisi ma anche per la crescente attenzione a consumi più intelligenti, più sobri, di qualità.
Se siamo alla ricerca di scelte coraggiose e innovative per l’Italia, di bandiere per l’identità di un moderno
partito riformista, le politiche per l’ambiente e per la green economy lo sono. Bandiere nostre, da non
lasciare ad altri. Non a Grillo, ad esempio, che fa dell’ambiente uno dei suoi cavalli di battaglia, ma con
posizioni il più delle volte talmente estremizzate da far venir voglia di dire: ridateci Pecoraro Scanio…
Bisogna stare in campo. Con posizioni chiare. Così anche sui temi ambientali. Temi come il nucleare e
l’acqua, sui quali altre forze - alcune per ragioni molto di bottega come nel caso di Di Pietro - stanno
promuovendo referendum. Da tempo immemorabile, ormai, i referendum sono boomerang per chi li
promuove, visto che il quorum non si raggiunge. Sull’acqua – un tema che suscita una forte sensibilità
nell’opinione pubblica – si sta lavorando alla presentazione di una nostra proposta di legge sostenuta da
una forte mobilitazione popolare – puntando ad almeno un milione di firme – per garantire e rafforzare la
tutela dell’interesse pubblico nella gestione di un così prezioso bene comune, contrastando la logica di
privatizzazione forzata imposta dal governo, ma senza ideologismi.
Posizioni chiare e iniziativa politica. L’identità di un partito si costruisce così. Ci si chiede: prima il progetto o
le alleanze? Per favore. L’alternativa non può essere tra andare da soli o costruire di nuovo coalizioni
sgangherate e ingovernabili come la vecchia Unione. Messa così sarebbe come dire: la padella o la brace? Il
problema vero è che solo un progetto forte del PD può fare da collante delle alleanze possibili. La
costruzione di un’alternativa passa da qui..
Continua...